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CANTU’, ARTIGIANO E POETICO BORGO

di Davide Lietti

Estratto da “Realtà Nuova”, Rivista dei Rotary d’Italia, n. 5 del 1957.

 


 

 

 

Nel 1770 un poeta - un grande poeta - turbato da una acuta pena d'amore, cercò di addolcire il suo dolore recandosi a villeggiare in un paese della Brianza e da quel luogo così scriveva ad un amico: «Io mi trovo in un'aria felicissima, in un paese amenissimo sopra una collina donde domino un interminabile orizzonte di pianure e di montagne, in una campagna piena di amicizia e di cordialità».

Il poeta che così caldamente si esprimeva era il Parini e il paese da lui scelto per lenire i suoi crucci e che così tanto lo entusiasmava era Cantù.

Chissà poi se la felicissima aria, l'amenità dei luoghi e la cordiale gio­condità degli ospiti avranno avuto il potere di guarire il poeta dalle sue segrete ambascie. Il mio caro ed inobliabile amico Linati - che amava questa mia terra quasi ci fosse nato - sosteneva che il Parini, lasciando Cantù, più non pensasse al mal corrisposto amore della bella figlia di Teresa Castelbarco e di Anton Maria Simonetta. E perché? Perché - son parole del Linati - «Come si potrebbe durarci a lungo a Cantù con una pena d'amore in seno? Tutto concilia forte serenità e festa in quel borgo, dall'aria purgata che vi si respira alla pace ariosa delle viste lontane che si dominano dalla sua altura, dallo splendore selvoso dei suoi dintorni all'operosità melodiosa dei mestieri che si avvicendano per le sue case. Poiché Cantù è città piena di armoniose fatiche».

Come si vede, dopo quanto hanno detto un grande poeta e un grande prosatore, il mio compito rimane di molto facilitato: la loro testimonianza così viva, così icastica, mi esime dalla ricerca di nuovi aggettivi, di nuove frasi per illustrarvi la bellezza e la serenità della mia terra.

Un cenno storico ci vorrebbe per essa e sarebbe facile cosa trovarlo sfogliando l'ormai introvabile Storia di Cantù dell'Annoni e sciorinando un centone irto di date e di cifre. Dovrei, dire così di una certa tribù chia­mata dei Canturigi, accennare agli insubri, ai celti, agli etruschi; parlare delle lunghe, pazienti, infruttuose indagini che in tempi lontani e recenti gli storici han condotto per trovare l'origine del nome del mio paese. In­fatti ancora oggi noi canturini ignoriamo per quale ragione Cantù si chia­ma Cantù: quella Cantù che nel medio evo opponeva alla tracotanza degli stranieri una petrosa corazza di torri, come ne fa fede un'antica stampa. Ma occorrerà aggiunga - per dovere di sincerità - che quelle torri, quel­le rocche non resistettero al terribile assalto dei Comaschi, alleati al Bar­barossa (ricordate il Carducci? «Como è coi forti e abbandonò la lega» ). Ho visto or non è molto una bellissima stampa - molto rara credo - ­riproducente la nostra piazza d'allora, tutta circondata da un baluardo di mura, dominata dalla torre del Castello del Pietrasanta, torre che doveva poi diventare il bel campanile d'oggidì - il fuso della Brianza - presa d'assalto da un nugolo di armati: gli antenati dei miei cari amici comaschi. E, sotto, la scritta: « I comaschi assalsero Canturio e la misero a sacco». Ma noi non vi abbiamo serbato rancore e neppure i comaschi: tant'è vero che essi hanno voluto far sedere qualche canturino alla loro ospitalissima tavola.

Però, malgrado la mia riluttanza a narrare di antiche cose e vicende canturine, dovete ugualmente permettermi un ricordo storico e artistico in pari tempo. Nell'anno 1007 un grande Arcivescovo – Ariberto d’Intimiano – riformava completamente la basilica di San Vincenzo di Gal­liano che, con l'annesso battistero e con i suoi affreschi (per lo meno con quel poco che ne è rimasto) rappresenta oggidì, dopo lungo e paziente restauro, uno dei più importanti monumenti del periodo romanico. Non voglio dilungarmi: consiglio semplicemente di andare a visitarla e assi­curo che il visitatore resterà incantato di fronte a questa costruzione severa - quasi arcigna direi - posta su di un solitario colle dominante una ri­dente campagna fasciata di silenzio.

Vi è un particolare poco conosciuto che merita di essere ricordato. La costruzione che, ripeto, è di importanza fondamentale per lo studio del­l'arte pittorica ed architettonica di quei tempi, ad un certo momento, per un cumulo di circostanze di varia natura, cominciò a decadere: andava in rovina insomma. Ebbene, nel 1801, «Consule» Napoleone, una Com­missione formata da tre esperti e capeggiata nientemeno che da Andrea Appiani - quell'Appiani chiamato come il Correggio «il pittore delle Grazie» - venne a Cantù, esaminò diligentemente, per ogni verso, tutta la basilica e, come è costante norma di tutte le Commissioni, stese la sua brava relazione, nella quale si affermava perentoriamente che la basilica era da considerarsi come «cosa di niun riguardo». E Carlo Annoni che è stato, come già vi dicevo, il fedele storico di Cantù, commentava testual­mente: «A dir vero però il rapporto della prefata Commissione fa torto assai ai talenti dei membri che la componevano». Si può concludere - al solito - che non v’è nulla di nuovo sotto il sole.

 

* * *

 

Ma la mia piccola città non deve - come ben si sa - la sua rino­manza soltanto alla basilica di Galliano. Anzi - ad essere sinceri e con buona pace degli storici - la notorietà di Cantù è dovuta a due at­tività squisitamente artigiane: il merletto ed il mobile.

La lavorazione del merletto ha origini antichissime. Furono le suore dell'abbazia di Cluny che - fuggite a non so quale persecuzione - capi­tarono al mio paese verso il 1100, fondarono un convento e proprio loro fecero insegnare alle nostre progenitrici questa delicatissima arte che as­sunse a un certo momento una grande importanza. Si può dire che non vi è stata ragazza di Cantù che non abbia imparato a lavorare al tombolo. Ed è veramente poetica cosa, nei pomeriggi solatii, girare quietamente per le piccole stradicciuole fuori mano, un poco erte, ancora sassose (sì da ricordare fortemente tal uni borghi toscani) e veder sedute sugli usci delle case una popolazione femminile intenta al merletto, manovrante con gra­zia e levità aeree tutti quei fuselli. E spesso - è Linati che lo ricorda ­queste figliole, queste donne cantano in coro una vecchia canzone lom­barda e quel canto - appena accennato, malinconico e profondo – si diffonde per tutte le vie curiosamente accompagnato dal ticchettìo inces­sante dei piccoli legni.

 

Quest'arte così lieve, così minuziosa, fatta d'intelligenza e di amore, ha dato e dà opere di squisita fattura: dalle tovaglie che nessuno oserebbe adoprare, ai veli da sposa che sembrano tessuti da mani di angeli, alle trine somiglianti a candidissime spume.

Purtroppo il progresso anche in questo campo ha fatto sentire il suo peso; il lavoro è molto faticoso, assai poco redditizio e oggidì molte fan­ciulle canturine, ormai dimentiche degli ammaestramenti delle umili e pazienti suore di Francia, preferiscono il telaio o l'ufficio: minor fatica e compenso più alto.

E quindi l'arte del merletto, che ininterrottamente per 800 anni ha fiorito in Cantù, attraversa oggi una crisi assai preoccupante.

E vengo a parlare ultra sinteticamente dell'autentico pilastro dell'eco­nomia canturina, voglio dire dell'industria del mobile. Dico industria, mentre più propriamente è un artigianato. L'origine sua è assai meno an­tica del merletto; infatti l'Annoni nella sua diligentissima storia, ne fa solo un fuggevole cenno. Pare che soltanto ai primi del 1800 si comin­ciassero a costruire armadi e che soltanto dopo il 1870 l'arte iniziasse la sua inarrestabile fioritura. E si può dire, senza tema di smentita, che non v'è angolo di Cantù ove non alligni una bottega di falegname: umilissime, fino a pochi anni fa: il bancone, che occupava quasi tutto il locale, i pochi attrezzi indispensabili, pialle, morse, scalpelli, e il patriarcale camino, con la pentola della colla appesa in permanenza. Qui il progresso è stato enor­me e modernissime macchine hanno in parte sostituito il braccio dell'arti­giano; parziale sostituzione, però, perché ritengo che taluni particolari accorgimenti di lavorazione non potranno mai essere compiuti da una macchina, mentre sempre viva e feconda rimarrà quella particolare sensi­bilità propria dell'artigiano canturino e che giustamente rende la sua opera famosa per ogni dove.

Vi dirò anche che a un certo momento la storia del mobile di Cantù segna una svolta per così dire di carattere economico. I miei concittadini applicano praticamente il vecchio proverbio dell'unione che fa la forza e tra di loro si coalizzano. Nascono così le esposizioni che paragonerei alle antiche corporazioni fiorentine. Ogni socio è libero di costruire nello stile che più gli aggrada: porta in queste esposizioni il prodotto della sua fatica, e dopo che gli stessi han subito un collaudo dal punto di vista co­struttivo, li mette in mostra per un certo periodo di tempo. Se vende, lascia all'ente una piccola percentuale utilizzata dall'ente medesimo e per la sua gestione e per sopperire alle spese reclamistiche, commerciali, rapporti con la clientela e così via. Insomma il principio del tutti per uno e uno per tutti trova piena e completa applicazione nelle novelle corporazioni.

E tutto questo fervore di lavoro, questa emulazione continua ha dato al mio paese frutti eccellenti, ultimo dei quali quella mostra selettiva del mobile tenutasi lo scorso anno e sulla quale altra persona qui presente, che ne è stato assertore e propugnatore entusiasta, assai meglio potrebbe rife­rire.

Mi si permetta ora di dare nulla più che un fugacissimo cenno del­l'industria in cui lavoro da oltre vent'anni e che considero cosa inscindibile dalla mia vita: voglio dire quell'industria dei tappeti, fondata 57 anni fa da Vittorio Vergani.

Io ho avuto la fortuna di conoscere Vergani e potrei parlare per un'ora di seguito di questo autentico gentiluomo lombardo, che univa alla tena­cia del lavoratore l'amore per le cose belle: per i quadri d'autore, le stam­pe rare, i libri di pregio.

Vergani giunge a Cantù così per caso, conosce un lionese, un certo «monsieur Parfait», comperano assieme due telai; il lionese, scoraggiato, abbandona presto la partita, mentre Vergani prosegue da solo, superando ostacoli di ogni sorta, e lentamente arriva, con ostinazione veramente lom­barda e con una signorilità straordinaria (nessuno mai lo intese imprecare o solo alzare la voce), arriva, dico, a creare quel complesso che oggi dà lavoro a un migliaio di operai. E chiedo venia per questa affettiva paren­tesi, che, appunto perché tale, non vuole essere affatto reclamistica.

 

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Vi è poi una Cantù conosciuta da pochi, un po' appartata, una Cantù letteraria ed artistica. L'amico Luzzani la chiamò una volta - forse un po' troppo ironicamente - la piccola Atene della Lombardia; in questa in­nocente « boutade» vi è però un granellino di verità. Cantù, per dirla con frase ampollosa, ha veramente albergato nel suo seno un'elettissima schiera di chiare intelligenze. Un bel giorno vi capitò Domenico Cima­rosa - anche lui, pare, come il Parini - malato d'amore. (Evidente­mente Cantù per il mal d'amore è un po' come Chianciano per il mal di fegato).

I miei concittadini più anziani ben affettuosamente ricordano Ettore Brambilla, che univa ad una innata modestia una non comune altezza d'in­gegno. Ha lasciato poche cose, ma non è da dimenticare un volumetto Foscoliana, dove sono contenuti giudizi acutissimi sul poeta delle Grazie.

Un giorno - durante l'altra guerra – arrivò Pastonchi, con la sua raffinata eleganza, la sua modulatissima voce, il suo ingentissimo baga­glio culturale. Si fermò vent'anni fra noi e sempre ricordò con accorata nostalgia il nostro cielo terso e il bel campanile

 

           Agile in alto

saettava esso nell' azzurro schietto

più che se lineato in duro smalto.

 

E poi, e poi vi è Bernasconi - il mio caro Bernasconi - al quale io guardo sempre con cuore di figlio. Anche lui è venuto a Cantù più di trent'anni fa per un fugace soggiorno: non è più ripartito ed ha amato ed ama con tenace amore questa mia piccola città, i suoi poggi boscosi, i suoi dolci silenzi: e tutto questo ha poeticamente trasfigurato nelle sue belle, ariose tele, con quell'arte che, come disse Soffici in un bellissimo saggio, « arriva a quella umanità che solo fa vive le opere nei secoli » . Come dimenticare i sereni pomeriggi domenicali intorno a lui, nella sua casa « alta e chiara », come la chiamava Pastonchi, quei pomeriggi dove - ben li ricorda Luzzani - incontravi Tosi, Linati, Papini?..

Ed è difficile per chi porta in sè tanti dolci ricordi dimenticare le serate al nostro minuscolo Circolo di Cultura: una disadorna stanzetta, pochi appassionati e Bernasconi che ci parla amorosamente di cose nobili e umane.

Ed io sono lieto - al termine delle mie brevi divagazioni - di rivol­gere un saluto e un augurio a questo nostro caro concittadino, che con l'altezza del suo ingegno, la francescana modestia e la specchiata dirittura morale è veramente di sprone e di esempio a tutti noi.

 

(Rotary Club di Como)

 


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