Nel 1770 un poeta
- un grande poeta - turbato da una acuta pena d'amore, cercò di addolcire il
suo dolore recandosi a villeggiare in un paese della Brianza e da quel luogo
così scriveva ad un amico: «Io mi trovo in un'aria felicissima, in un paese
amenissimo sopra una collina donde domino un interminabile orizzonte di pianure
e di montagne, in una campagna piena di amicizia e di cordialità».
Il poeta
che così caldamente si esprimeva era il Parini e il paese da lui scelto per
lenire i suoi crucci e che così tanto lo entusiasmava era Cantù.
Chissà
poi se la felicissima aria, l'amenità dei luoghi e la cordiale giocondità
degli ospiti avranno avuto il potere di guarire il poeta dalle sue segrete
ambascie. Il mio caro ed inobliabile amico Linati - che amava questa mia terra
quasi ci fosse nato - sosteneva che il Parini, lasciando Cantù, più non
pensasse al mal corrisposto amore della bella figlia di Teresa Castelbarco e di
Anton Maria Simonetta. E perché? Perché - son parole del Linati - «Come si
potrebbe durarci a lungo a Cantù con una pena d'amore in seno? Tutto concilia forte
serenità e festa in quel borgo, dall'aria purgata che vi si respira alla pace
ariosa delle viste lontane che si dominano dalla sua altura, dallo splendore
selvoso dei suoi dintorni all'operosità melodiosa dei mestieri che si
avvicendano per le sue case. Poiché Cantù è città piena di armoniose fatiche».
Come si
vede, dopo quanto hanno detto un grande poeta e un grande prosatore, il mio
compito rimane di molto facilitato: la loro testimonianza così viva, così
icastica, mi esime dalla ricerca di nuovi aggettivi, di nuove frasi per
illustrarvi la bellezza e la serenità della mia terra.
Un cenno
storico ci vorrebbe per essa e sarebbe facile cosa trovarlo sfogliando l'ormai
introvabile Storia di Cantù dell'Annoni e sciorinando un centone irto di
date e di cifre. Dovrei, dire così di una certa tribù chiamata dei Canturigi,
accennare agli insubri, ai celti, agli etruschi; parlare delle lunghe,
pazienti, infruttuose indagini che in tempi lontani e recenti gli storici han
condotto per trovare l'origine del nome del mio paese. Infatti ancora oggi noi
canturini ignoriamo per quale ragione Cantù si chiama Cantù: quella Cantù che
nel medio evo opponeva alla tracotanza degli stranieri una petrosa corazza di
torri, come ne fa fede un'antica stampa. Ma occorrerà aggiunga - per dovere di
sincerità - che quelle torri, quelle rocche non resistettero al terribile
assalto dei Comaschi, alleati al Barbarossa (ricordate il Carducci? «Como è
coi forti e abbandonò la lega» ). Ho visto or non è molto una bellissima stampa
- molto rara credo - riproducente la nostra piazza d'allora, tutta circondata
da un baluardo di mura, dominata dalla torre del Castello del Pietrasanta,
torre che doveva poi diventare il bel campanile d'oggidì - il fuso della
Brianza - presa d'assalto da un nugolo di armati: gli antenati dei miei cari
amici comaschi. E, sotto, la scritta: « I comaschi assalsero Canturio e la
misero a sacco». Ma noi non vi abbiamo serbato rancore e neppure i comaschi:
tant'è vero che essi hanno voluto far sedere qualche canturino alla loro
ospitalissima tavola.
Però,
malgrado la mia riluttanza a narrare di antiche cose e vicende canturine,
dovete ugualmente permettermi un ricordo storico e artistico in pari tempo.
Nell'anno 1007 un grande Arcivescovo – Ariberto d’Intimiano – riformava
completamente la basilica di San Vincenzo di Galliano che, con l'annesso
battistero e con i suoi affreschi (per lo meno con quel poco che ne è rimasto)
rappresenta oggidì, dopo lungo e paziente restauro, uno dei più importanti
monumenti del periodo romanico. Non voglio dilungarmi: consiglio semplicemente
di andare a visitarla e assicuro che il visitatore resterà incantato di fronte
a questa costruzione severa - quasi arcigna direi - posta su di un solitario
colle dominante una ridente campagna fasciata di silenzio.
Vi è un
particolare poco conosciuto che merita di essere ricordato. La costruzione che,
ripeto, è di importanza fondamentale per lo studio dell'arte pittorica ed
architettonica di quei tempi, ad un certo momento, per un cumulo di circostanze
di varia natura, cominciò a decadere: andava in rovina insomma. Ebbene, nel
1801, «Consule» Napoleone, una Commissione formata da tre esperti e capeggiata
nientemeno che da Andrea Appiani - quell'Appiani chiamato come il Correggio «il
pittore delle Grazie» - venne a Cantù, esaminò diligentemente, per ogni verso,
tutta la basilica e, come è costante norma di tutte le Commissioni, stese la
sua brava relazione, nella quale si affermava perentoriamente che la basilica
era da considerarsi come «cosa di niun riguardo». E Carlo Annoni che è stato,
come già vi dicevo, il fedele storico di Cantù, commentava testualmente: «A
dir vero però il rapporto della prefata Commissione fa torto assai ai talenti
dei membri che la componevano». Si può concludere - al solito - che non v’è
nulla di nuovo sotto il sole.
* * *
Ma la mia
piccola città non deve - come ben si sa - la sua rinomanza soltanto alla
basilica di Galliano. Anzi - ad essere sinceri e con buona pace degli storici -
la notorietà di Cantù è dovuta a due attività squisitamente artigiane: il
merletto ed il mobile.
La
lavorazione del merletto ha origini antichissime. Furono le suore dell'abbazia
di Cluny che - fuggite a non so quale persecuzione - capitarono al mio paese
verso il 1100, fondarono un convento e proprio loro fecero insegnare alle
nostre progenitrici questa delicatissima arte che assunse a un certo momento
una grande importanza. Si può dire che non vi è stata ragazza di Cantù che non
abbia imparato a lavorare al tombolo. Ed è veramente poetica cosa, nei
pomeriggi solatii, girare quietamente per le piccole stradicciuole fuori mano,
un poco erte, ancora sassose (sì da ricordare fortemente tal uni borghi
toscani) e veder sedute sugli usci delle case una popolazione femminile intenta
al merletto, manovrante con grazia e levità aeree tutti quei fuselli. E spesso
- è Linati che lo ricorda queste figliole, queste donne cantano in coro una
vecchia canzone lombarda e quel canto - appena accennato, malinconico e
profondo – si diffonde per tutte le vie curiosamente accompagnato dal
ticchettìo incessante dei piccoli legni.
Quest'arte
così lieve, così minuziosa, fatta d'intelligenza e di amore, ha dato e dà opere
di squisita fattura: dalle tovaglie che nessuno oserebbe adoprare, ai veli da
sposa che sembrano tessuti da mani di angeli, alle trine somiglianti a
candidissime spume.
Purtroppo
il progresso anche in questo campo ha fatto sentire il suo peso; il lavoro è
molto faticoso, assai poco redditizio e oggidì molte fanciulle canturine,
ormai dimentiche degli ammaestramenti delle umili e pazienti suore di Francia,
preferiscono il telaio o l'ufficio: minor fatica e compenso più alto.
E quindi
l'arte del merletto, che ininterrottamente per 800 anni ha fiorito in Cantù,
attraversa oggi una crisi assai preoccupante.
E vengo a
parlare ultra sinteticamente dell'autentico pilastro dell'economia canturina,
voglio dire dell'industria del mobile. Dico industria, mentre più propriamente
è un artigianato. L'origine sua è assai meno antica del merletto; infatti
l'Annoni nella sua diligentissima storia, ne fa solo un fuggevole cenno. Pare
che soltanto ai primi del 1800 si cominciassero a costruire armadi e che
soltanto dopo il 1870 l'arte iniziasse la sua inarrestabile fioritura. E si può
dire, senza tema di smentita, che non v'è angolo di Cantù ove non alligni una
bottega di falegname: umilissime, fino a pochi anni fa: il bancone, che
occupava quasi tutto il locale, i pochi attrezzi indispensabili, pialle, morse,
scalpelli, e il patriarcale camino, con la pentola della colla appesa in
permanenza. Qui il progresso è stato enorme e modernissime macchine hanno in
parte sostituito il braccio dell'artigiano; parziale sostituzione, però,
perché ritengo che taluni particolari accorgimenti di lavorazione non potranno
mai essere compiuti da una macchina, mentre sempre viva e feconda rimarrà
quella particolare sensibilità propria dell'artigiano canturino e che
giustamente rende la sua opera famosa per ogni dove.
Vi dirò
anche che a un certo momento la storia del mobile di Cantù segna una svolta per
così dire di carattere economico. I miei concittadini applicano praticamente il
vecchio proverbio dell'unione che fa la forza e tra di loro si coalizzano.
Nascono così le esposizioni che paragonerei alle antiche corporazioni fiorentine.
Ogni socio è libero di costruire nello stile che più gli aggrada: porta in
queste esposizioni il prodotto della sua fatica, e dopo che gli stessi han
subito un collaudo dal punto di vista costruttivo, li mette in mostra per un
certo periodo di tempo. Se vende, lascia all'ente una piccola percentuale
utilizzata dall'ente medesimo e per la sua gestione e per sopperire alle spese
reclamistiche, commerciali, rapporti con la clientela e così via. Insomma il
principio del tutti per uno e uno per tutti trova piena e completa applicazione
nelle novelle corporazioni.
E tutto
questo fervore di lavoro, questa emulazione continua ha dato al mio paese
frutti eccellenti, ultimo dei quali quella mostra selettiva del mobile tenutasi
lo scorso anno e sulla quale altra persona qui presente, che ne è stato
assertore e propugnatore entusiasta, assai meglio potrebbe riferire.
Mi si
permetta ora di dare nulla più che un fugacissimo cenno dell'industria in cui
lavoro da oltre vent'anni e che considero cosa inscindibile dalla mia vita:
voglio dire quell'industria dei tappeti, fondata 57 anni fa da Vittorio
Vergani.
Io ho
avuto la fortuna di conoscere Vergani e potrei parlare per un'ora di seguito di
questo autentico gentiluomo lombardo, che univa alla tenacia del lavoratore l'amore
per le cose belle: per i quadri d'autore, le stampe rare, i libri di pregio.
Vergani
giunge a Cantù così per caso, conosce un lionese, un certo «monsieur Parfait»,
comperano assieme due telai; il lionese, scoraggiato, abbandona presto la
partita, mentre Vergani prosegue da solo, superando ostacoli di ogni sorta, e
lentamente arriva, con ostinazione veramente lombarda e con una signorilità
straordinaria (nessuno mai lo intese imprecare o solo alzare la voce), arriva,
dico, a creare quel complesso che oggi dà lavoro a un migliaio di operai. E
chiedo venia per questa affettiva parentesi, che, appunto perché tale, non
vuole essere affatto reclamistica.
* * *
Vi è poi
una Cantù conosciuta da pochi, un po' appartata, una Cantù letteraria ed
artistica. L'amico Luzzani la chiamò una volta - forse un po' troppo
ironicamente - la piccola Atene della Lombardia; in questa innocente «
boutade» vi è però un granellino di verità. Cantù, per dirla con frase
ampollosa, ha veramente albergato nel suo seno un'elettissima schiera di chiare
intelligenze. Un bel giorno vi capitò Domenico Cimarosa - anche lui, pare,
come il Parini - malato d'amore. (Evidentemente Cantù per il mal d'amore è un
po' come Chianciano per il mal di fegato).
I miei
concittadini più anziani ben affettuosamente ricordano Ettore Brambilla, che
univa ad una innata modestia una non comune altezza d'ingegno. Ha lasciato
poche cose, ma non è da dimenticare un volumetto Foscoliana, dove sono
contenuti giudizi acutissimi sul poeta delle Grazie.
Un giorno
- durante l'altra guerra – arrivò Pastonchi, con la sua raffinata eleganza, la
sua modulatissima voce, il suo ingentissimo bagaglio culturale. Si fermò
vent'anni fra noi e sempre ricordò con accorata nostalgia il nostro cielo terso
e il bel campanile
Agile in alto
saettava esso nell' azzurro schietto
più che se lineato in duro smalto.
E poi, e
poi vi è Bernasconi
- il mio caro Bernasconi - al quale io guardo sempre con cuore di figlio. Anche
lui è venuto a Cantù più di trent'anni fa per un fugace soggiorno: non è più
ripartito ed ha amato ed ama con tenace amore questa mia piccola città, i suoi
poggi boscosi, i suoi dolci silenzi: e tutto questo ha poeticamente
trasfigurato nelle sue belle, ariose tele, con quell'arte che, come disse
Soffici in un bellissimo saggio, « arriva a quella umanità che solo fa vive le
opere nei secoli » . Come dimenticare i sereni pomeriggi domenicali intorno a
lui, nella sua casa « alta e chiara », come la chiamava Pastonchi, quei
pomeriggi dove - ben li ricorda Luzzani - incontravi Tosi, Linati, Papini?..
Ed è
difficile per chi porta in sè tanti dolci ricordi dimenticare le serate al
nostro minuscolo Circolo di Cultura: una disadorna stanzetta, pochi
appassionati e Bernasconi che ci parla amorosamente di cose nobili e umane.
Ed io
sono lieto - al termine delle mie brevi divagazioni - di rivolgere un saluto e
un augurio a questo nostro caro concittadino, che con l'altezza del suo
ingegno, la francescana modestia e la specchiata dirittura morale è veramente
di sprone e di esempio a tutti noi.
(Rotary Club di Como)