Home   Search   Mappa   <<Back  
 


 
 
Spettacolo teatrale 'Fabrica'
LOGO TEATRO IN GALLERIA

 

 

 

ARTE COME MESTIERE

Rassegna teatrale – Galleria del Design e dell’Arredamento Cantù  2006-2007

 

 

La Galleria del Design e dell’Arredamento di Cantù mette in scena l’arte del fare, facendo arte.

La fabbrica si fa teatro, palcoscenico destinato agli spettacoli quotidiani, universali, ove riconoscere  luoghi  e attori, meccanismi e ruoli.

Tra le nuove iniziative e attività che la Galleria del Design di Cantù proporrà nei prossimi mesi, si fa notare la volontà di proporsi come sede di spettacoli teatrali dando vita ad un nuovo capitolo della sua attività che intitola significativamente “Arte come mestiere”. Citando l’imprescindibile  Munari, prende così il via una nuova avventura che si inserisce in modo coerente e chiaro nel più ampio progetto di affermarsi quale punto di riferimento cittadino deputato alla cultura e al coinvolgimento di chiunque voglia scoprire, imparare, assaggiare, riflettere, ricordare, inventare, senza scappare dalla propria città.

 

Gli spettacoli proposti non potranno non affrontare i temi e gli argomenti che sono propri dell’interesse di Galleria e Biblioteca e dell’ente che li gestisce, il CLAC, centro di servizi rivolto alle aziende del settore legno-arredo , per sua natura legato alla storia e alla cultura della città.

 

Partendo da questi presupposti , gli spettacoli metteranno in scena situazioni e realtà sempre diverse, sfiorando solamente i temi sopra citati o addentrandovisi totalmente, affrontandoli con ironia e leggerezza o proponendo riflessioni più profonde e radicali. Sempre proponendo punti di vista nuovi e inaspettati, capaci di farci guardare alla nostra storia in modo nuovo e inconsueto.

 

La fabbrica si fa teatro. L’ex opificio che ospita le collezioni della Galleria del Design e dell’Arredamento e le raccolte librarie della Biblioteca specializzata, torneranno a riecheggiare dei rumori del lavoro, delle voci un tempo incantate nel vedere nascere nuovi oggetti dalla sapiente lavorazione del legno e ora altrettanto rapite dalle storie e dalle vicende messe in scena, dalla stessa magia.

Del resto, tornando a Munari: “(…) finché l’arte resta estranea ai problemi della vita, interessa solo a poche persone”.

 

 

 

 

Il primo “appuntamento a teatro” sarà con FABBRICA, l'incontro con l'azione di un singolo attore (Gianfelice D’Accolti), lasciato da solo nell'Universo freddo della Fabbrica, meccanismo stritolante e kafkiano, orchestrato con lucidità efficientista dallo "Amministratore Delegato", vero Deus ex Machina di un mondo votato all'economia cieca, allo svuotamento dei valori che fondano la Memoria Comune, primo tra essi la Poesia.

La "fabbrica" é il paradigma di un mondo neanche tanto avveniristico in cui l'organizzazione del lavoro assurge a “Regola” di una fabbrica/monastero in cui i ritmi sono scanditi dal rintocco di una campana che sostituisce il battito naturale del cuore, sfociando nell'amministrazione centralizzata del tempo personale.

 

 

 

 

 

“Fabbrica - de mentis humanae fabrica”

un atto unico

di e con Gianfelice D'Accolti

regia Marcello Prayer

 

Giovedì 15 giugno ore 21.00

Presso Galleria del Design e dell’Arredamento di Cantù

Via Borgognone, 12

22063 Cantù (Co)

www.clacsrl.it

 

 

È gradita la conferma                                                 Info:

Ingresso euro 15,00                                                    Tel. 031 713114       Fax 031 713118

                                                                                  galleriadesign@clacsrl.it

                                                                                  info@clacsrl.it

 

 

 

 

Si allegano:

- note curriculari sintetiche di Fabbrica

- la presentazione critica del prof. Giulio Esposito

- l'introduzione alla messinscena di Marcello Praye

 

 

 

 

 

“Fabbrica - de mentis humanae fabrica”

un atto unico

di e con Gianfelice D'Accolti

regia Marcello Prayer

 

 

E' l'incontro con l'azione di un singolo attore, lasciato da solo nell'Universo freddo della Fabbrica, meccanismo stritolante e kafkiano, orchestrato con luciditá efficientista dall’ <<Amministratore Delegato>>, vero Deus ex Machina di un mondo votato all'economia cieca, allo svuotamento dei valori che fondano la Memoria Comune, primo tra essi la Poesia. La "fabbrica" é il paradigma di un mondo neanche tanto avveniristico in cui l'organizzazione del lavoro assurge a “Regola” di una fabbrica/monastero in cui i ritmi sono scanditi dal rintocco di una campana che sostituisce il battito naturale del cuore, sfociando nell'amministrazione centralizzata del tempo personale.

Il meccanismo sará interrotto?

 

 

 

Lo spettacolo, che ha partecipato al 3 Festival Internazionale di Teatro e Danza "ITINERARI" - Bellusco- (MI), ha debuttato a Bari presso il Teatro Kismet nel 1993 ed é andato in scena a Milano presso la COMUNA BAIRES agorá club nella stagione 1995-1996,  presso il Teatro Libero nella stagione 1998-1999, presso il Teatro dell’Orologio a Roma nella stagione 2002-2003 e in numerosi altri teatri e luoghi deputati allo spettacolo.

 


LA FABBRICA DEL NULLA

 

La Fabbrica di G. D'Accolti è pienamente collocabile nell'ambito del genere antiutopico, delle "distopie" che, da Samuel Butler fino a A. Huxley, E.I. Zamiatin e a G. Orwell, hanno richiamato l'attenzione sui pericoli che incombono sulla civiltà moderna. A differenza dell'utopia, che in qualche modo è una rappresentazione della speranza, la "distopia" si rivela come un'esercitazione sull'orrore. Quella di D'Accolti, in particolare, è una esercitazione sugli orrori del "pensiero calcolante", della tecnica che, attraverso l'imposizione di un paradigma di socializza­zione, costituisce l'animal laborans.

La Fabbrica non è un luogo di produzione di merci e non è neppure un luogo dove si esercita il lavoro. Quest'ultimo appare - come in J. Baudrillard - scambiabile con il non-lavoro e con tutti gli altri settori della vita quotidi­ana. Il lavoro diventa così atto di presenza, consumo di tempo e pertanto non ozio, ma "mobilitazione totale", requisizione completa delle persone. L'impegno dell'animal laborans proteso alla produzione del nulla è cifra, meta­fora afferente al ribaltamento del ruolo della tecnica, che da mezzo di dominio in cui il soggetto mantiene una propria "sovranità" (anche se tutta illusoria) si rovescia in modello di "socializzazione", in potere che devasta lo spazio fragilissimo dell'umano esserci-con-gli-altri.

L'esito finale del processo lavorativo non è la merce, ma il tipo dell'animal laborans, vero prodotto del principio dell'utilità totale, che rende "indecorosa" ogni ricerca di Significato. Le condizioni di estraneità dal mondo e di "superfluità", al di là dello status che si ricopre nel lavoro, vengono dal D'Accolti focalizzate - in una ingeg­nosa inversione semantica alla S. Butler - nel concetto di 'anonimia', inteso paradossalmente come "originalità", assenza di denominazione di Fabbrica. Sotto questo profi­lo, il progettato omicidio dell'Amministratore delegato è soprattutto atto simbolico con cui il monologante - che per certi aspetti è assai prossimo alla figura dell'anarca jungeriano - intende destrutturare, oltre il principio di utilità, declinato persino in senso rivoluzionario, il codice sociale della Fabbrica.

La  tragedia del personaggio sembra così inscritta nel contesto del tramonto di ogni genuino spazio del mondo, come "mondo pubblico-comune" (H. Arendt) che conduce, nella condizione dell'anonimato, all'impossibilità di rivelare il "chi si è". Di conseguenza la forma del mono­logo trova giustificazione nell'isolamento del personaggio che narra la sua storia, (le storie non si producono come le merci dell'industria; nessuno è produttore della pro­pria storia) nel tentativo di sorprendere il suo "chi" evitando lo spazio perverso del mondo-fabbrica, tentativo disperato se non fosse consegnato al genere teatrale, poiché è il teatro, per dirla con H. Arendt "l'unica arte che ha come soggetto l'uomo nelle sue relazioni con gli altri uomini".                                    

                                                                                                                                          Giulio Esposito  

 

 

MONOLOGO IN PROVA

 

Parlare di solitudine del personaggio nella forma monolo­gante come espressione d'una intera e unica rappresenta­zione è quanto mai evidente. L'uomo si trova solo davanti al pubblico, il quale aspetta il suo agire, il suo narrar­si e mettersi a nudo divenendo così boccone prelibato delle altrui curiosità. Sono i tempi moderni a dare al monologo quella sorta d'indipendenza dal dramma dove lo svolgersi delle azioni, i colpi di scena, i nodi drammati­ci costruiscono lo sviluppo della trama fino a definire il mosaico dei personaggi e l'idea di base che li governa. In FABBRICA, l'uomo-personaggio si qualifica non con il suo nome e cognome, ma come "impiegato di sesta categoria, laureato, specializzato: ingegnere elettronico" con un passato di attore teatrale. Ed è proprio questo passato a seminargli il germe della 'differenza' all'interno della Fabbrica presso cui è "arruolato". Per 'differenza' si vuole intendere non una superiorità sui colleghi di "gabbia", ma una coscienza diversa d'uomo formato ed educato a severe indagini su se stesso attraverso uno strumento a lui molto caro: la Poesia. Ed è la tentazione dell'universo poetico a scatenargli la curiosità verso nuove e imprevedibili "esperienze", studiarle dal di dentro fino ad appassionarlo oltre misura ed incarnarlo in realtà estranee alla sua normale vita quotidiana. Quella stessa vita quotidiana che l'ha portato per sano istinto di sopravvivenza alla specializzazione che gli permetter­ebbe d'occupare posti sempre più crescenti nel sistema dov'è inquadrato. Affiora con evidenza il contrasto tra due mondi che si negano manifestando strati di lacerazioni sempre più profonde nel vertice ove convergono. Ci viene così squadernata l'essenza della Fabbrica dove tutto il Creato ha come unico Dio creatore la fabbrica stessa.

Qui lo 'spirito libero' non può esistere, perché la libertà è concepita come totale asservimento alle immutabili regole che fissano i "ruoli" di ciascuno da cui niuno può uscirne se non a costo della propria vita o grazie alla premeditazione d'un omicidio liberatorio.

 

Marcello Prayer


 

 Note curriculari sintetiche dell’autore e attore Gianfelice D’Accolti

 

 

 

Conciliare tecnica e creatività, mente e cuore, intelligenza razionale e intelligenza emotiva. In questa sintesi, in questo equilibrio fragile, ma compiuto, sta la ricetta del teatro di Gianfelice D'Accolti.

Ingegnere, per dodici anni impegnato nella progettazione di pannelli solari per i satelliti, Gianfelice D'Accolti si forma come attore diplomandosi nel 1988 alla “Scuola di Espressione ed Interpretazione Scenica” di Orazio Costa Giovangigli a Bari. Il suo curriculum teatrale, sviluppatosi fino al 2001 in parallelo alla professione, vanta una corposa attività non solo come attore, ma anche come regista e autore.

Tra i molti lavori che lo hanno visto sul palcoscenico citiamo Porta chiusa di J.P. Sartre diretto da Michele F. Castro, Turcherie, da Cervantes, per la regia di Daniela Ardini e il Cecè di Pirandello, andato in scena a Bari per la regia di Vito Signorile. Dello stesso autore siciliano: Pagine Verticali, diretto da Ettore Toscano, e Parole e carta, carta e parole (dalle Novelle per un anno), diretto dallo stesso D’Accolti, andato in scena a Milano nel 1995. Con i Teatri possibili, al Libero di Milano, D'Accolti è stato Raguenau nel Cyrano de Bergerac di Rostand e Otello nell'Otello di Shakespeare. Al Licinium di Erba è stato Pilato ne “La Passione di Cristo” e ha recitato nel ruolo di Teseo nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, sempre per la regia di Gianlorenzo Brambilla. Per Moby Dick si è cimentato anche come regista e drammaturgo nel lavoro di adattamento del testo di Melville. Lo troviamo ancora regista nei Microdrammi di Sauro Albisani.

Conduce una personale ricerca sulla sonorità scenico-musicale attestata dagli studi-spettacolo su Giorgio Manganelli ((H)ilarotragoedia) e su Dostoevskij (Concerto Dostoevskij), quest’ultimo con il soprano Louise Tschabuschnig, parte di un progetto più generale sulle “Memorie del sottosuolo”del grande autore russo.

 

La sua attività di drammaturgo conta anche testi originali: Fabbrica - de mentis humanae fabrica -, andato in scena a Bari, Bellusco, Cuneo, Milano e Roma per la regia di Marcello Prayer, bottiglie: resoconti dal mio quartiere, diretto da Raul Manso, e “L’ingegnere va alla guerra”, andato in scena a Milano nella stagione 2001-2002 e ripreso con successo in quella successiva.

Gianfelice D'Accolti è anche insegnante di recitazione, dizione e metodo mimico. Ricordiamo solo, per l'importanza che ha avuto nella genesi dell'Ingegnere, il seminario sulle distopie “Il caso, la cosa, il caos”, vari laboratori sulle “Novelle per un anno” di Luigi Pirandello e sul “Moby Dick” di Herman Melville”.

Direttore artistico del percorso di eventi “Oltre l’immagine”, presso l’Atelier Gluck di Milano, mette in scena “Il Viaggiatore incantato” di Nikolaj Leskov e “Danzare il labirinto”, dal “Romanzo della cavigliera” attribuito al principe indiano Ilango Adigal e tradotto da Alain Danielou.

Nel Novembre 2004 porta in scena uno studio della novella Pirandelliana “La morte addosso” (ovvero “L’uomo dal fiore in bocca”) che si configura come ricomposizione di un'unica voce dolente: entrambi i personaggi - l'ignaro avventore e il consapevole Uomo - sono letti come la stessa figura umana prima e dopo la coscienza della morte.

 

 


Last Update: Mon Jun 05 12:19:09 2006 - By Esplora s.r.l
Sito ottimizzato ad 800x600 - Testato in Explorer 6.0, Netscape 7.1, Mozilla 1.4